8. Sorgono gli ignoranti e si impadroniscono del cielo.

Lo sbattere della porta di casa fece sobbalzare Fulvio. Ma era solo Caterina, la sua fidanzata, che rientrava portando le pizze appena sfornate dal vicino ristorante italiano di Ferney-Voltaire, il paesino francese in cui abitavano da quando Fulvio aveva iniziato il suo contratto al CERN finanziato dalla Fondazione Beate Pauli. Riprese a parlarmi da dove si era interrotto.
“Quindi ricorda: se dovesse succedermi qualcosa, tu vieni qua con la copia della chiave di casa che ti ho dato. Che non devi mai, ricordati, mai, mettere nella stessa tasca in cui tieni le altre chiavi, e non la devi mai, ricordati, mai, lasciare da nessuna parte. Sempre nei tuoi pantaloni, qualunque cosa fai. E quando cambi pantaloni, per prima cosa passi la chiave nei nuovi pantaloni, poi te li metti.”
“Scusa, e quando vado a dormire?”
“Giusto. Hai un pigiama con le tasche?”
“Uh… Sì, credo uno.”
“Allora a posto, usa sempre quel pigiama. Adesso guarda con attenzione: i documenti di grado A li trovi qui”, disse indicando la piccola cassaforte che aveva comprato per l’occasione, che si trovava in uno spazio dietro i tubi dell’acqua calda. “Te lo ricordi il codice di apertura?”
“Hmmmm…. Dunque, è la data di nascita di Sergio in formato americano, seguita dal codice postale di Saint-…”
“SSSSSSSHHHH, non c’è bisogno di dirlo ad alta voce!”
“Ok, scusa…”
“Invece per quelli di grado B devi solo scostare il letto e sollevare le assi del parquet. Tutti gli altri sono nei cassetti di questo armadio. Tutto chiaro?”
“Tutto chiaro.”

Nel paio di mesi passati dalla scomparsa misteriosa e unica del nostro mentore Sergio Bestiale, dopo aver trasferito tutti i suoi documenti, indiscriminatamente, dal suo e nostro ufficio al CERN a casa sua, la paranoia di Fulvio era cresciuta giorno dopo giorno. Più avanzava nella lettura di quei faldoni, attività che assorbiva le sue notti, più riteneva di trovare dei pattern inquietanti, suggestivi di segreti.

“Ripeto, tieni bene a mente il codice della cassaforte, eh? Non lo sa neanche Caterina.”
“Non ti fidi neanche di lei?”, chiesi, sorpresissimo.
Scosse la testa. “Veramente è lei che mi ha detto che non ne vuole sapere niente di tutta questa storia. Secondo lei sono tutte cartacce di nessuna importanza e stiamo solo perdendo tempo.”
Mi sembrava una descrizione molto accurata della situazione, ma non dissi niente.
“Secondo me invece”, continuò, “adesso abbiamo almeno due o tre piste promettenti da investigare. E poi ci sono dei dettagli che non riusciamo ancora a incasellare ma che io non accantonerei troppo presto, come il manuale di sabotaggio, quella faccenda dei sogni sciamanici, e…”

“Venite a mangiare finché sono ancora calde!”, urlò Caterina dalla cucina.
Con la borsa di dottorato in Lettere Classiche terminata da tempo, per vari anni si era sostentata con lezioni private di latino e greco e occasionali supplenze nelle scuole di Palermo e provincia. Da quando Bestiale aveva ottenuto per Fulvio la sostanziosa borsa post-dottorale della Fondazione, che riusciva a far campare entrambi nella pur costosissima provincia franco-svizzera tra i monti Giura e il lago Lemano, Caterina aveva deciso di prendersi quello che definiva un sabbatico, durante il quale cercava di terminare finalmente la sua tesi dottorale su Cicerone e il Post-Strutturalismo. Le sue ambizioni accademiche erano evaporate da tempo, ma il dottorato valeva tre punti nelle graduatorie per entrare di ruolo nell’insegnamento scolastico.

“Arriviamo!”, disse Fulvio, poi rivolto a me: “Però prima ti spiego rapidamente la cosa dello scotch.”
Prese dello scotch e con delle forbici cominciò a tagliarne delle finissime striscioline.
“Ecco, vedi? Questi pezzetti di scotch li attacco alla porta della cassaforte, alle assi amovibili del parquet e ai cassetti con i documenti. Così, se un intruso si mette a frugare, non ci fa caso e li stacca. E se li stacca, noi poi ce ne possiamo accorgere.”
“Bella idea!”
“Non è mia, l’ho presa da un vecchio video di addestramento della polizia segreta ungherese.”
Finito il cerimoniale dello scotch andammo ad aiutare Caterina a mettere la tavola.

Le pizzerie della regione erano costose come i ristoranti d’alta gamma delle nostre parti, ma ogni tanto faceva piacere gustare il sapore di casa.
“Allora, stasera sarete delle star!”, disse Caterina.
Con la bocca piena, Fulvio rispose “Fì! Finalmente qualcuno fi accorge di noi…”
Fulvio al momento indirizzava il suo abituale carico di rancore verso i vari personaggi di alto livello, nella Collaborazione L3P, che erano immediatamente saltati sull’occasione di visibilità offerta dal nostro clamoroso risultato. Gli stessi che per mesi e mesi ci avevano trattato con sufficienza e scetticismo, mettendoci i bastoni tra le ruote con tutto il peso di procedure burocratiche di cui loro solo avevano la chiave. Ma appena il loro scetticismo era stato vinto, appena era stato chiaro che avevamo prove straordinarie a supporto delle nostre affermazioni straordinarie, erano stati rapidi a salire sul nostro carro trionfale.
Sergio aveva lottato come un leone per assicurarsi che a dare il seminario pubblico d’annuncio della scoperta fosse lui, e non lo Spokesperson Jan Wultz o il Physics Coordinator Teddy Adorno. E in quei concitati minuti 1 in cui si doveva rapidamente decidere chi lo potesse rimpiazzare, i due vecchi volponi ci avevano riprovato; ma l’astuto Prufissuri era riuscito a mantenere il privilegio della presentazione all’interno del suo gruppetto, giocandosi la carta del dare visibilità ai più giovani, che lavorano duro dietro le quinte. Sapeva che questo avrebbe fatto vibrare le corde del Direttore Generale del CERN, Schwammberger, che presiedeva l’importante evento.
Ma ora, scomparso il nostro sanguigno leader, eravamo rimasti io e Fulvio da soli, noi così inesperti e di indole mansueta, a cercare di difendere la paternità del nostro risultato dalle grinfie adunche di persone molto più avvezze alla lotta senza quartieri per la visibilità.

Caterina sospirò. “Speriamo che il Presidente del vostro Ente la mantenga, la sua promessa…”
Cadevo dalle nuvole. “Che promessa?”
Fulvio sembrava improvvisamente imbarazzato.
Caterina era sorpresa della mia sorpresa. “Bè ma la promessa di… uh… No scusa, forse non ne dovevo parlare.”
“Ma non dovevi parlare di che? Fulvio, ma che promessa?”
Evitando il mio sguardo, Fulvio mi rispose: “Hai presente quando ci telefonò per la faccenda di questo documentario della RAI?”
“Sì, io non c’ero, ma mi hai già raccontato la conversazione.”

Il Presidente dell’Ente Nazionale, Professor Emilio Sergi, non aveva molto apprezzato l’iper-attivismo mediatico di Jan Wultz e Teddy Adorno.
Nel clima politico di quei tempi, il significativo contributo finanziario dell’Ente alle operazioni del CERN era frequentemente sotto attacco sia sui media tradizionali che sulle reti sociali. Sergi conosceva il Livello Politico come le sue tasche e annusava i pericoli come un cane usma i tartufi, e riteneva che l’Ente fosse, in quel momento storico, sotto una seria minaccia esistenziale. Doveva assicurare la continuità dei finanziamenti alla ricerca fondamentale in un campo in cui le scoperte di rilievo arrivavano col contagocce, e in cui, ad aggiungere al pericolo, gli stessi esperti sembravano ormai tacitamente rassegnati a non vederne più per almeno un’altra generazione.
Ma quel settembre era finalmente arrivata la Scoperta con la S maiuscola, la prima da un decennio, cioè da quando era stato annunciato il Bosone di Higgs. Addirittura più importante del Bosone di Higgs stesso, perchè inaspettata, perchè apriva nuove direzioni di ricerca fino ad allora impensate. E questa Scoperta l’avevano fatta tre italiani. E per giunta italiani affiliati a un istituto italiano, ormai quasi una rarità dopo anni di “fuga dei cervelli” crescente. Sergi stimava che, se l’Ente fosse riuscito a giocarsela bene sull’aspetto della comunicazione, la Fisica Fondamentale nazionale avrebbe potuto respirare tranquilla per almeno un altro decennio. Il co-finanziamento da quella oscura Fondazione internazionale non occorreva strombazzarlo troppo, ovviamente, ma data la superficialità congenita dei nostri giornalisti scientifici non c’era rischio che il dettaglio attirasse troppo l’attenzione. Era una bella fortuna, rifletteva Sergi, che questa Fondazione non sembrasse per niente interessata ad attirarla, quell’attenzione. Una modestia che Sergi non capiva, ma in quei giorni concitati non aveva troppo tempo da perdere a riflettere sulle strategie di comunicazione di enti di finanziamento minori.

Il problema era la rigida applicazione del principio che i risultati di L3P appartengono equamente a tutti i membri di L3P, principio su cui Wultz e Adorno insistevano con un’intransigenza senza precedenti. E che aveva come effetto di offuscare presso il mondo esterno, e soprattutto presso i media, il ruolo svolto dal gruppetto di analisti provenienti dall’Italia. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso per il Presidente del nostro Ente Nazionale era stato un articolo su Scientific American, firmato da Wultz e Adorno, in cui non veniva mai fatta menzione di noi, nè del nostro istituto, nè dell’Ente, e nemmeno del Prof. Bestiale. Bestiale, almeno, veniva di solito menzionato dai media generalisti per via della sua incredibile sparizione. Ma giornali come Scientific American, con le loro arie di serietà, non spendevano mai troppe parole sugli aspetti di contorno che distraevano dalla Nuova Fisica che la scoperta delle Particelle Cariche Stabili e Massicce apriva all’Umanità. L’articolo dei due super-capi era tutto la Collaborazione L3P ha fatto questo, la Collaborazione L3P ha trovato quello, eccetera eccetera. Come se le 3000 persone che la componevano avessero lavorato all’unisono verso quell’unico obiettivo, mentre in realtà la Collaborazione L3P era un enorme gregge di gatti, ognuno impegnato a fare quello che trovava interessante e a disdegnare quello che facevano tutti gli altri.
Nell’interesse dell’Ente che dirigeva, Sergi non poteva stare a guardare senza organizzare delle massicce contromisure.

“Se non ricordo male, Sergi ti ha detto che dovevamo prendere l’occasione dell’interesse della RAI per diventare… com’era… stendardi dell’Eccellenza Italiana. Mettere l’accento sul fatto che il gruppo del Palermo Institute for Advanced Studies era stato l’unico che aveva lavorato su questa analisi da vari anni, che il leader era Sergio Bestiale e che a metterci le mani dentro eravamo solo io e te. E che se Wultz ci avesse fatto problemi ci avrebbe difeso lui, se necessario anche minacciando di congelare il contributo italiano al budget dell’esperimento.”
“Esatto, ha detto proprio così. Stendardi, congelare…”, bofonchiò Fulvio.
“Ma non mi ricordo nessuna storia di promesse. Che promessa ci ha fatto?”
Fulvio continuava a schivare il mio sguardo, e scrutava con meticoloso interesse i dettagli del condimento della sua pizza. “No niente, una piccola cosa. Una cosa riguardante me.”
“Riguardante solo te?”
“Mah, è che a un certo punto ho approfittato di averlo al telefono per buttare lì la mia situazione, la data di scadenza del mio contratto…”
“E….?”
“E Sergi ha empatizzato.”
“Ah.”
“E allora, uhm… Visto che empatizzava, gli ho anche raccontato come era finito il Concorsone. Gli ho detto che non mi sembrava giusto. E sai, mi ha sorpreso, sembrava sapere già tutti i dettagli. Si ricordava il mio punteggio. Se lo ricordava prova per prova… Sapeva anche che il Presidente della Commissione voleva picchiarmi in faccia.”
“Pazzesco, ma non dicevi che c’erano pochissimi testimoni per quell’episodio?”
“Già, è una storia che sanno in pochissimi, e nessuno di loro ha alcun interesse a raccontarla. Ma sembrava che per Sergi fosse ovvio che nulla può succedere nell’Ente senza che lui ne venga a conoscenza.”
“Ma quindi Sergi che t’ha promesso? Di fare giustizia per quell’episodio?”
“No, no, dice che sarebbe una cosa grave, non può farlo senza dissociarsi da quella Commissione, ci sarebbero conseguenze… E che comunque forse Giustini era solo stanco, che devo capire quanto dovevano essere stressati i membri della Commissione del Concorsone.
No, dice che c’è un altro meccanismo per l’assunzione nell’Ente, a parte i Concorsoni. Possono fare chiamate per chiara fama, in casi del tutto eccezionali. Non è quasi mai avvenuto nella storia dell’Ente Nazionale per la Fisica Fondamentale. E quindi per evitare controversie occorre cominciare già adesso a lavorare sull’aspetto visibilità, assicurarsi che sia chiaro a tutti il mio ruolo nella scoperta.”
Aveva detto tutto questo senza guardarmi, con voce grave e monocorde.
Capii finalmente che aveva la coda di paglia perchè l’implicazione, ovvia persino per un ingenuo come me, era che il mio ruolo nella scoperta non doveva essere molto pubblicizzato.
Ci riflettei qualche secondo, contribuendo a un silenzio pesantissimo e auto-generante. Caterina era discretamente sparita nella stanza accanto fingendo di dover fare qualcosa. Alla fine non sopportai più quel silenzio.
Risposi “Ehy, ma mi sembra fantastico!”, e mi guardò stupito.
“Non è un problema per te?”
“Ma no, dai, perchè dovrebbe essere un problema? Sono solo contento per te. E poi questa visibilità sarebbe meritata.”
Ricordavo ancora il fastidio che Fulvio aveva manifestato, quando ‘U Prufissuri aveva designato me come suo rimpiazzo per il Grande Seminario di Settembre, in cui avevamo dato la notizia al mondo. Sapevo che aveva trovato la cosa ingiusta. Fulvio poteva accettare che i riflettori fossero puntati su Bestiale, la persona che gli aveva salvato il culo ogni volta che era stato nei suoi poteri farlo. Il nostro paterno superiore, nonchè iniziatore della linea di ricerca sulle Particelle Cariche Stabili e Massicce. Ma con me era diverso, io ero il ragazzino che aveva tutorato fin dalla tesi di laurea, appena pochi anni prima. Capivo perfettamente la sua frustrazione. Non volevo che provasse ulteriore rancore verso di me.
“Romano, sono commosso”. Lo sembrava davvero.

Chi non viene dalla nostra regione forse non può davvero capire la profondità, l’intensità, dell’anelito di Fulvio per il Posto Fisso. Per noi siciliani è una cosa che non occorre spiegare, si respira nell’aria fin dalla più tenera infanzia.
Fulvio inoltre apparteneva a quella generazione di ricercatori troppo giovane per avere grandi prospettive di rimanere nel settore accademico a vita, ma abbastanza vecchia da avere avuto come role models, all’inizio della loro carriera, gente che aveva avuto qualche opportunità di job security nel lavorare su quello che gli piaceva, in molti casi senza nemmeno meritarselo. Io, condividendo la stessa origine, sapevo che per Fulvio non era solo una questione di prestigio, nè solo una questione di voler continuare a lavorare per una passione.

Per me, per qualche motivo, era diverso; ma non lo giudicavo, non mi sentivo migliore di lui nè degli altri precari italiani che non facevano altro che finire a parlare di concorsi e angoscia ogni volta che prendevano un caffé insieme. Mi dicevo che eravamo semplicemente in fasi diverse della vita, Fulvio da tempo sul punto di accasarsi con Caterina e quindi terrorizzato dall’incertezza del futuro, ansioso di tranquillizzarsi in cambio di una routine simile a quella di Bestiale nella prima università o ente di ricerca che si degnasse di assumerlo, mentre io ero eccitato dalle incognite, da tutti i percorsi aperti davanti a me nel Multiverso, gran parte dei quali mi sembravano positivi, o almeno interessanti da vivere. E avevo ragione.
Con la scoperta che avevamo fatto, non vedevo come poter essere pessimisti. Per quanti sforzi facessero Wultz, Adorno, e tanta altra gente più furba di noi, per quanto successo potessero avere a far credere al Mondo Esterno che era soprattutto merito loro, chiunque nella Collaborazione L3P sapeva chi eravamo, cosa avevamo fatto, da quanto tempo ci stavamo lavorando, quanto abbiamo dovuto sudare per vincere lo scetticismo iniziale di ognuno di loro, tutti e 3000 i membri della collaborazione, nessuno escluso.
Avevo già avuto diversi contatti da alcune università americane che volevano sapere se mi interessasse lavorare qualche anno con loro dopo il dottorato. E avevo già appuntamento con Adorno, sullo stesso tema. Insomma, le cose per me non si mettevano troppo male. Forse la job security sarebbe pure seguita, da qualche parte, prima o poi.

Discreta come era sparita, Caterina riapparve nella stanza. Era stata a disagio tanto quanto Fulvio, ma a differenza di lui continuò a sembrarlo anche dopo questo fraterno esito 2.

Sparecchiammo in fretta, la trasmissione stava per iniziare.
Fulvio si versò un bicchiere di coca cola, e si accorse che ne restava un fondo nella bottiglia.
“Te lo verso così finiamo la bottiglia?”
“Sì grazie.”
Non potei fare a meno di notare il movimento di torsione del polso sinistro.
“Ahah, lo sai cosa direbbe Sergio!”
Fulvio non capì immediatamente, e quando lo capì, di nuovo si sentì di colpo visibilmente a disagio 3. Goffamente brandì la bottiglia con le due mani, e ne versò abbondantemente sulla tovaglia.

Mentre Fulvio e Caterina si lanciavano ad afferrare il rotolone di carta asciugatutto, cambiai frettolosamente discorso.
“E adesso godiamoci i nostri 15 minuti di notorietà,” dissi stravaccandomi sul divano di Fulvio e Caterina. “Ho già avvertito parenti e amici di guardare Rai 1 stasera!”
Ancora nessuno di noi aveva realmente interiorizzato la vera significanza di quello che avevamo scoperto. Ancora adesso, a dir la verità, stento a credere che quei 15 minuti di notorietà siano già durati 20 anni.

Accendemmo la tv quando ancora era in corso la pubblicità. Poi finalmente cominciò il programma.

Per alcuni secondi silenziosi, lo schermo fu riempito solo da una parete che conteneva un’enigmatica scritta in italiano. Una rotazione orizzontale della telecamera mostrò una strada che trovai familiare.
Caterina fu la prima a riconoscerla: “Ma è Via Maqueda!”
L’antica e nobile strada palermitana era vuota, inondata di una spettrale luce mattutina. La telecamera si mise in moto, attraversò la via deserta fino a fermarsi di fronte al portone di un palazzo del XVI secolo, che si aprì dando la vista su un sobrio cortile. Tutto questo mentre in sottofondo cresceva di volume un antico canto.
La telecamera si inoltrò all’interno del cortile, girò per salire su una buia scalinata dai gradini di marmo, poi attraversò la porta aperta di un appartamento. Attraversato un corridoio senza finestre, a malapena rischiarato da qualche raggio di sole filtrato da chissà dove, concluse il suo moto traslazionale in una grande stanza, le cui pareti erano interamente coperte di scaffali di libri. Il volume della musica di sottofondo era aumentato lentamente fino a diventare fortissimo, insopportabile, e d’improvviso cessò.
Una voce fuori campo disse “Buongiorno, Professore”, rivolta all’uomo ben vestito, dalla zazzera bianca disordinata, che in piedi su una scaletta dava le spalle alla telecamera. Indaffarato a cercare qualcosa, l’uomo mormorò “Buongiorno, buongiorno” senza voltarsi.

“Ehy ma quello…”
Mi voltai verso Fulvio. Lo sguardo concentratissimo sullo schermo, le dita di entrambe le sue mani erano profondamente affondate nei braccioli della poltroncina.
Sullo schermo, l’Innominabile finalmente terminò le sue esitazioni: “Ah, eccolo qua!”, e scese la scaletta tenendo un tomo polveroso sotto un braccio. Seguito docilmente dalla telecamera, si sedette a una scrivania, aprì il libro senza esitazioni alla pagina di suo interesse, e sollevò lo sguardo, fissando l’occhio della telecamera come qualcuno che ha una lunga abitudine a essere ripreso. I suoi occhi erano di un colore indefinibile, da qualche parte nello spettro tra il nero e l’azzurro.
Finalmente si pronunciò:
“Che mai si agita in me? Che significa quello che hai udito anche tu?
Sorgono gli ignoranti e si impadroniscono del cielo, e noi, con il nostro sapere vuoto di slancio, ecco, ci ravvoltoliamo nella carne e nel sangue?
Ci vergogneremo forse di seguirli perché ci siamo lasciati precedere? E non ci vergogniamo di non seguirli?”

Fulvio esplose. “Ma che minchia dice questo buffone?”
Caterina gli prese la mano facendogli “Shhhh” con un sorriso.

“Queste furono le parole di S. Agostino, rivolto ad Alipio di Tagaste. Questo celebre passo si è impetuosamente imposto alla mia memoria, in un’improvvisa epifania, quel giorno dell’ultimo settembre in cui la nostra concezione dell’Universo è cambiata per sempre. Quale migliore analogia, per l’accesa discussione cui ebbi l’onore di essere invitato ad assistere! Tutti quei sapienti, che riempivano la grande sala, si arroccavano sul loro scetticismo mal guidato, ripetevano le stesse domande varie volte, in forme leggermente diverse, con tono inquisitorio, con la stessa stolida attitudine, lo stesso infantile scetticismo, che alcuni di loro esprimono quando si parla del Trascendente.
Non c’era dubbio che tanti di loro fossero soprattutto increduli, invidiosi, che tre signor nessuno senza alcuna credenziale, venuti dalla periferia del mondo scientifico, siano arrivati alla Verità attraverso una strada che nessuno di loro aveva previsto.”

“Ohè, ma come si permette!”
“Shhhhttt!”

“Che emozione, che orgoglio, che questa scoperta sia venuta dalla nostra terra. L’ho ricordato giusto ieri sera, al telefono, al nostro Presidente del Consiglio, carissimo amico che a volte sbaglia. E gli ho detto: ora basta, dateci più soldi! Date stabilità lavorativa ai nostri ragazzi! Gente che lavora notte e giorno, sacrifica la vita per il Sapere, che la nostra Società ingrata ricambia con un’assenza di certezze lavorative. Raffaé, hai visto cosa riusciamo a fare con questi pochi mezzi che abbiamo, gli ho detto, che impatto che riusciamo ad avere in una grande collaborazione internazionale, nel più importante laboratorio del mondo?
Fece una pausa.
“E lasciatemi dire, come siciliano, che sono ancora più orgoglioso che ancora una volta la mia isola, questa regione martoriata e malfamata, sia stata il punto di partenza per un balzo in avanti del Sapere.
Come ai tempi di Empedocle di Agrigento, di Archimede di Siracusa. Come quando la corte di Federico II di Svevia, a Palermo, era un cenacolo di sapienti. Come quando il catanese Ettore Majorana insegnava il rigore teorico ai colleghi nel gruppo diretto da Enrico Fermi, i celebri ragazzi di Via Panisperna a Roma. Come, modestamente, quando avevo io stesso l’onore di dirigere i miei gruppi di ricerca a Ginevra per degli studi seminali negli anni ’70 e ’80, studi che solo per sciocche controversie non portarono alla condivisione di uno o forse due Premi Nobel… Ma sono vecchie storie di cui potete leggere nei miei libri 4.
Io vedo una continuità ideale tra tutti questi frutti dello Spirito Siculo, per sua natura propenso al matrimonio tra fisica e metafisica. Di questo clima intellettuale antichissimo e moderno potè profittare Sergio Bestiale, uno dei miei primi e più promettenti allievi al Palermo Institute for Advanced Studies. Un istituto d’eccellenza che, lo dico con l’umiltà di un onesto muratore, ho avuto l’onore di fondare con queste mie mani”.
Mostrava i palmi delle mani alla telecamera.
“Perchè è Sergio che ha messo insieme questo piccolo manipolo di… di… di eroi. E li ha formati, insegnandogli come si fa la Scienza. Parlo di Fulvio Bonasera, il suo degno erede. Senza scordare Romano Favara, il loro studente, che ha avuto l’onore di presentare a nome del gruppo la scoperta di questo nuovo mondo. Le Particelle Cariche Stabili e Massicce. La nostra prima finestra sulle Vallate Nascoste.”

“Ma secondo voi, che cosa stava per dire prima di dire eroi?”
“Fulvio ma stai zitto un momento?”, rispose Caterina.

Lo schermo fu occupato da una schermata nera. Il prologo era finito. In sovrimpressione apparve il titolo del documentario. Tre parole, in eleganti caratteri maiuscoli bianchi: “UNA SCOPERTA ITALIANA.”

E finalmente iniziò la sigla, accattivante. Si susseguivano dei fermi immagine di Sergio e poi me sul palco del seminario, di Fulvio a una lavagna fitta di diagrammi e semplici formule. Riprese dal Punto 2 di LHC e dalla Caverna di L3P, macchinari, cavi, acciaio, cemento, plastica. In sottofondo, l’inevitabile canzone dell’ex band di Micky Hollyland, che ormai era la banale colonna sonora di tutto ciò che riguardava la fisica delle particelle nell’immaginario collettivo.
Fulvio era molto sollevato. “Oh, uff, almeno sembra che il documentario sia davvero su di noi.”

Ne eravamo, infatti, i protagonisti assoluti. E Sergi era stato di parola. Ma del contenuto del documentario parlerò in un prossimo capitolo, dopo aver spiegato come iniziò l’accoglienza della nostra scoperta nella Collaborazione L3P.

Sorti non si sa da dove
Via Maqueda, Palermo (Fonte)

Note:


  1. Si accenna qui ai fatti narrati al Capitolo 1
  2. Il motivo l’avrei capito solo alcuni anni dopo, all’epoca dell’annuncio del nostro Premio Nobel, quando mi furono raccontati alcuni retroscena sulla nostra nomina da un simpatico professore anzianissimo, membro dell’Accademia Reale Svedese delle Scienze. Scopersi solo allora, nel 2030, che Fulvio in quella sera del 2022 non mi aveva raccontato proprio tutto tutto.
    Fulvio non pensava solo al Posto Fisso come ogni buon siciliano. Fulvio, in fondo, aveva anche delle ambizioni di altro tipo, e anche lui vedeva l’improvviso aprirsi di prospettive che non avrebbe mai osato sognare prima.
    Perchè il Sergi, nell’interesse dell’Ente, voleva massimizzare le possibilità di far tornare il Nobel della Fisica in Italia. Con tutti gli sforzi di Wultz e Adorno di posizionarsi mediaticamente come i leader dell’esperimento che aveva permesso la prima osservazione delle Particelle Cariche Stabili e Massicce, c’era un serio rischio che il premio scivolasse via dalle mani del nostro Ente.
    Se almeno Bestiale non fosse sparito, sarebbe stato facile: facile provare che quella linea di ricerca l’aveva iniziata e diretta lui, al Palermo Institute for Advanced Studies. Ma adesso non era lì, a difendere i suoi meriti. Peggio ancora, che sarebbe successo se non fosse mai tornato? Se fosse defunto?
    Dal 1974, lo statuto del Premio Nobel escludeva esplicitamente la possibilità di assegnare un premio postumo. Il ragionamento di Sergi quindi era cristallino come un teorema: mettere me e Fulvio alla pari sotto i riflettori sarebbe stato rischioso, perchè il limite di tre premiati per la stessa scoperta imponeva all’Accademia di scegliere, e avrebbero anche potuto scegliere di facilitarsi la vita assegnando il premio solo agli altri due, Wultz e Adorno, nomi già ben più conosciuti nel settore.
    Non biasimo Sergi per aver scelto di spingere Fulvio: per età e status era il più credibile di noi due.
    Uno studentello come me che viene candidato per il Nobel? Bellissima favola mediatica, una storia che avrebbe rivaleggiato in interesse popolare con la biografia di un beniamino dell’Outreach come Micky Hollyland. Ma l’Accademia Reale Svedese delle Scienze non si forma un’opinione tramite la stampa popolare o gli articoli di divulgazione scientifica. Quei grandi accademici erano, innanzitutto, professori e ricercatori senior. Gente che quando guarda uno studente o un postdoc vede qualcosa di ontologicamente simile a del materiale di laboratorio: roba che qualche Principal Investigator ha comprato quando ha avuto a disposizione il budget per farlo. Il Principal Investigator del nostro minuscolo gruppo era sparito, e Fulvio era l’unico tra noi due che fosse plausibile promuovere in fretta allo stesso status gerarchico. E col meccanismo della chiara fama, Sergi poteva bruciare i tempi a propria discrezione. Ma bisognava sbrigarsi a rendere quella fama davvero chiarissima. 
  3. Vedasi Capitolo 5
  4. L’Innominabile aveva recentemente pubblicato il suo ultimo libro di divulgazione scientifica, Giordano Bruno e il Leptone Tau, che aveva subito goduto di largo successo di pubblico ma era risultato controverso tra storici e teologi. 
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