4. Accussì t’impari a fari ‘u Prufissuri.

I giorni immediatamente successivi al fatidico Grande Seminario del 2022 mi videro al centro di multipli riflettori. Tutti i livelli sopra di me nella complessa gerarchia dell’esperimento L3P si erano accorti della mia esistenza. Il risultato che avevo mostrato era documentato in una nota pubblica, ma prima di trasformarla in un vero articolo da sottomettere a una rivista peer-reviewed occorreva ancora lavoro, ancora cross-check, ancora proof-reading. Mi arrivavano dozzine di mail al giorno per proporre dei nuovi controlli da fare sui dati oppure per chiedere ansiosi se avessi già fatto quelli che mi avevano chiesto precedentemente. Tra il super-lavoro conseguente e l’angoscia generata dalle continue richieste non riuscivo ormai a dormire mai più di un paio d’ore per notte. Uno dei cross-check mi dava risultati assurdi, avrei avuto bisogno di lucidità per capire cosa sbagliavo, ma la situazione mi frastornava. Ricorrevo a dosi crescenti di caffeina, che a sua volta non aiutava a risolvere i miei problemi di insonnia.

Qualche giornale ginevrino era riuscito ad ottenere il numero di telefono del nostro ufficio. In teoria occorreva loggarsi come persone registrate al CERN per poter accedere a tale informazione dalla pagina web del laboratorio, ma è plausibile che qualcuno dei giornalisti della regione avesse contatti privati tra i 5000 residenti del campus. Jan Wulz, spokesperson e leader supremo dell’esperimento L3P, mi aveva incontrato in persona l’indomani del seminario per, tra le altre cose, istruirmi molto chiaramente su come gestire qualunque contatto diretto da parte dei media. Memore del cipiglio con cui si era assicurato che capissi le conseguenze in caso di gaffe con la stampa, finito l’incontro avevo annotato parola per parola in un post-it, prima di scordarmelo, ciò che dovevo dire, e il numero di telefono diretto di Wulz. Lo spokesperson di L3P era l’unico membro dell’esperimento autorizzato a comunicare con il mondo esterno su questioni di tale rilevanza scientifica. Quando a prendere il telefono era Fulvio, la reazione era di solito un sospiro e qualche borbottio tipo “Sorry this is the wrong number” prima di sbattere giù la cornetta.

E nel frattempo nessuno sapeva che fine avesse fatto Bestiale. Capitava che chiedessero a me e Fulvio. Finalmente, al terzo giorno dopo la scomparsa, Fulvio decise di contattare la famiglia. Neanche Fulvio, come me, aveva mai avuto il suo numero di telefono privato, ma almeno sapeva dove abitava, avendolo accompagnato a casa alcune volte quando si era trovato senza macchina. Andò a trovare la moglie una mattina. Quando poi arrivò in ufficio aveva delle grandi casse di cartone, che si era fatto dare in uno dei magazzini del CERN. Mi raccontò ciò che gli aveva detto la Signora Bestiale, mentre intanto svuotava le mensole dell’armadio, cariche di libri e vecchie cartacce, per stiparne il contenuto nelle casse.

La Signora Bestiale aveva atteso fino a notte alta il rientro del marito, la sera della sua scomparsa. Sapeva l’importanza del seminario al Main Auditorium e che il risultato poteva risultare molto controverso, e immaginava che sarebbe rientrato tardi. All’alba dell’indomani, dopo una notte inquieta, decise di tranquillizzarsi accedendo alla registrazione del webcast sul sito del CERN.
Appena vista la scena dell’arresto, sconvolta, chiamò il commissariato di polizia di Meyrin, il comune contiguo al CERN dal lato svizzero. Cadevano dalle nuvole, le passarono la Polizia Cantonale di Ginevra, dove la misero in attesa fino a quando la chiamata andò in time-out. Passò ore e ore e ore a provare e riprovare. Per disperazione provò anche a chiamare la polizia francese. Le risposero seccamente che loro non ne sapevano niente e non avevano niente a che fare con la polizia svizzera. Le ricordarono che nessun intervento di polizia, da parte di nessuno dei due stati ospitanti, può avvenire sulle proprietà del CERN, per rispetto della sua extra-territorialità, senza previo consenso del Direttore Generale.
Sapeva che contattare telefonicamente il Direttore Generale non sarebbe stato facile. Ritrovò dopo frenetiche ricerche il suo vecchio badge da “Guest“, cui aveva avuto diritto come moglie di un utente autorizzato del laboratorio e che aveva usato in passato ai tempi in cui era riuscita a convincere il marito a fare un corso di ballo serale al CERN Dance Club.
Le guardie all’ingresso le fecero comunque dei problemi. Data la continua degradazione della sicurezza in Francia, la soglia dei permessi d’accesso si era sensibilmente alzata dai tempi del suo corso di ballo. Anche i guest con badge autorizzato potevano entrare solo se accompagnati dalla loro “persona di riferimento” al CERN. Ma era proprio per cercare la sua persona di riferimento che era lì. Quando disse, con il suo caratteristico accento tedesco e un tremolio nella voce, “S’il vous plaît, je suis la femme de Sergio Bestiale, je ne sais pas où il est“, le due guardie si guardarono con profondo imbarazzo. Sapevano benissimo chi era Sergio Bestiale. Lo sapevano molto bene perchè tutte le persone collegate direttamente o indirettamente al sistema di sicurezza del CERN erano sotto shock dal giorno prima. Già solo per varcare la soglia d’entrata del campus dei poliziotti avrebbero dovuto mostrare un’autorizzazione firmata dal Direttore Generale del CERN; grazie agli accordi sull’extra-territorialità, un semplice mandato d’arresto non sarebbe stato sufficiente. Era un mistero come fossero potuti entrare, o anche solo uscire, senza che alcuna delle guardie se ne rendesse conto. Dall’alba alcuni dei loro colleghi erano impegnati a tempo pieno nel compito di esaminare le registrazioni di tutte le telecamere di sorveglianza.
Scortarono la Signora Bestiale fino all’ufficio di Agapito Schwammberger, Direttore Generale, che la accolse con imbarazzo. “Nice to meet you, Madam, nice to meet you… I did not expect seeing you.
Le disse che anche lui non aveva dormito molto. Le sue segretarie si davano i turni fin dal pomeriggio prima, seguendo le istruzioni che aveva inviato discretamente dal cellulare mentre il Grande Seminario era ancora in corso: contattare a suo nome livelli via via crescenti nelle gerarchie poliziesche e politiche locali, e non mollarli finché non ne fosse venuto fuori qualcosa. Ma nulla di nulla era ancora venuto fuori. Ogni livello opponeva un opacissimo muro di gomma, probabilmente per pura abitudine.
Le segretarie del CERN, tutte assunte tramite bandi internazionali e procedure di selezione durissime, erano notoriamente agguerrite ed estremamente ben addestrate per qualunque evenienza, e non si scoraggiavano facilmente. Due giorni dopo, Schwammberger in persona la chiamò, senza l’intermediario della sua segreteria. Le annunciò trionfante che, telefonata su telefonata, la Polizia Cantonale si era dovuta smuovere dalla sua inerzia e finalmente l’inchiesta per rapimento si era messa in moto. Ma non era questo che sperava di sentirsi dire Ruth Bestiale, lei voleva sapere dov’era suo marito.

Quando vennero a sequestrare il contenuto dell’ufficio d’U Prufissuri avevamo ormai lasciato solo cianfrusaglie: due caschi da cantiere (potenzialmente utili per scendere a visitare il tunnel di LHC, quando il fascio non era acceso), un paio di scarponi con punta metallica, alcuni vassoi che si era portato dalla mensa quando mangiava da solo di fronte al computer per risparmiare tempo, una bottiglia di coca cola scaduta nel 2017, una bottiglia di acqua minerale riempita di quello che era probabilmente shampoo o sapone per i piatti, un maglione bucato, una tanica di liquido refrigerante per motori, una borsa con il logo di una conferenza, una scatola semivuota di bustine di tè, un mini-canestro da basket con ventose che non attaccavano più (avevamo provato), e vari classificatori ad anelli, vuoti. Tutti i libri, quaderni e blocco-note erano già chiusi a chiave in un armadio a casa di Fulvio. Aveva insistito che visto che il mistero implicava dei falsi poliziotti non bisognava prendere il rischio di lasciare ad altri potenzialmente falsi poliziotti anche la possibilità di cancellare potenziali prove.
L’avevo lasciato fare anche se ero convinto che fosse una gran sciocchezza e che si sarebbe messo nei guai. Solo la seconda metà di questa affermazione risultò poi corretta.
“E in ogni caso è sempre meglio non lasciare materiale potenzialmente sensibile in una stanza di cui troppe persone hanno una chiave. Hai mai sentito parlare di Edward Mantill?”
“Il nome mi dice qualcosa…”
“Se ne parlò moltissimo all’epoca. Io ero qui in quel periodo, doveva essere il 2016. Lui stava esattamente nell’ufficio qui sotto, stesso numero di porta ma al terzo piano. Si era sparato nella notte, seduto davanti al suo computer. Il suo compagno di ufficio trovò il cadavere arrivando la mattina. Furono dati pochi dettagli, ma girava la voce che tra la macabra scoperta e l’arrivo della polizia di Ginevra tutte le mensole erano state svuotate, non si sa da chi. E il disco del suo computer era formattato.”
“Forse anche i suoi compagni d’ufficio la pensavano come te e hanno svuotato le mensole e il computer prima che arrivasse la polizia?”
Squillò il telefono. Lo prese Fulvio. “No, wrong number!SBAM

cern_entrance
Ingresso principale del CERN; foto presa alla fine degli anni ’10 o all’inizio degli anni ’20.

Qualche giorno dopo fui convocato al commissariato nel centro di Ginevra “per una semplice chiacchierata”, come d’uso. Ero preoccupato per l’aspetto linguistico, conoscevo solo qualche rudimento di francese, non abbastanza da fare una conversazione appena un po’ complessa, figuriamoci rispondere con accuratezza e precisione alle domande della polizia.
Ad interrogarmi erano due persone. Si presentarono: il commissario Duilleraz e il signor Bernasconi, interprete di lingua italiana.
Quest’ultimo spiegò: “La polizia qui offre sempre la possibilità di parlare nella propria lingua, quando ce n’è la possibilità.”
“Lei è di origine italiana?”
“No, sono ticinese. Sa, da anni ormai non si possono contrattare stranieri per un lavoro quando ci sono cittadini svizzeri disponibili. E recentemente un referendum ha equiparato agli stranieri anche chi ha la cittadinanza da una sola generazione. Buon per me! Prima avevo la concorrenza di tanti figli di camerieri e pizzaioli italiani!” Rise di cuore; anche il commissario Duilleraz rise. “Comunque anche il commissario capisce un po’ l’italiano.”
“Sì, lo comprendo un poquito”, confermò Duilleraz, facendo il gesto di poquito con il pollice e l’indice. “Qui abbiamo buone scuole. Ma la legge dice che ci fa l’interprete lo stesso.”

Finite le chiacchiere di circostanza andammo al dunque. Volevano soprattutto sapere da quanto tempo conoscessi Bestiale e quanto fossimo prossimi. Bernasconi prendeva appunti dettagliati.

“Avete mai avuto conflitti, divergenze?”
“No, direi di no. E’ una persona molto franca, e a volte collerica, per cui ogni tanto mi è capitato di essere ferito da qualche sua affermazione un po’ troppo diretta. Ma non direi di avere mai realmente avuto problemi con lui.”
“E’ al corrente di persone che potrebbero volergli del male?”
Ci pensai. Raccontai l’episodio della fine del mio pre-laurea. L’interprete prese nota, mentre Duilleraz borbottava “Bof, des histoires academiques tout à fait normales…

“Una curiosità, se permette. Alcune delle persone che abbiamo già ascoltato si sono riferite a lui con un buffo soprannome: ‘U Prufissuri. Lei sa per caso da dove viene?”
“Non sono sicuro, ma penso abbia a che fare con una storia che racconta lui stesso ogni tanto.
In generale ama descriversi come uno che ha raggiunto le vette accademiche pur partendo da origini umili, per cui gli piace raccontare aneddoti della sua infanzia in un quartiere difficile di Palermo, la Zona Espansione Nord.
Un giorno alla scuola elementare la sua maestra assegnò un compito in classe intenzionalmente tedioso per tenere i bambini tranquilli mentre fumava una sigaretta: sommare tutti i numeri da 1 e 100. A un certo punto notò che Bestiale si faceva i fatti suoi invece di svolgere il compito come gli altri. Sul suo quaderno erano scritte solo pochissime righe. La maestra lo afferrò per un orecchio per trascinarlo dietro la lavagna, ma lui tra le lacrime le mostrò che aveva già la soluzione corretta: anzichè svolgere la somma aveva scoperto un metodo più rapido. La maestra, impressionata, lo portò come esempio al resto della classe.
Alcuni dei suoi compagnetti allora lo attesero fuori dalla scuola, e lo caricarono di mazzate e sputi dicendogli Accussì t’impari a fari ‘u prufissuri!
A suo dire fu proprio in quel momento, coperto di lividi e sputi su quel marciapiede lurido, che decise per la prima volta che da grande sarebbe diventato un grande accademico: voleva una cattedra da cui farla pagare cara a tutti gli ignoranti.”
Bernasconi, come sempre, prese nota.

“Un’ultima domanda e poi abbiamo finito. Ha mai sentito parlare di un’organizzazione chiamata i Beati Pauli?”
Mi scappò un sorriso. “Credo ci sia una lettera sbagliata…”
Rilesse il suo foglio di domande, poi si voltò verso il commissario. “Il a l’air de les connaître, mais il pense que c’est pas écrit comme ça.
Mais non, j’ai vérifié et revérifié, c’est bien écrit avec U…
“Il commissario dice che è sicuro che è con la U”, disse Bernasconi.
“Ah ma no, intendevo dire che credo sia BeatE con la E… Comunque sì, so qualcosa dei Beate Pauli. Mi versano uno stipendio ogni mese da due anni!”
Il commissario e l’interprete si guardarono basiti.
“Ci dica di più.”

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